Il nostro apparato sensibile contempla all’esterno le percezioni psicologiche che ci permettono d’intuire cosa ci succede intorno (sensazioni), e all’interno l’umore che sentiamo in quel momento (gli stati d’animo) cosa proviamo rispetto ad una persona con cui stiamo interagendo o rispetto al contesto, a ciò che sta succedendo (emozioni), e cosa proviamo continuativamente verso una certa persona o situazione (sentimento). In tutto ciò, integrando le sensazioni percepite all’interno (interocezione) e rivolte all’esterno (esterocezione).
La sensibilità ci permette altresì di percepire le nostre qualità, capacità e unicità personali. La somma di queste percezioni interne ed esterne permette all’individuo di diventare una persona, ma anche un sè stesso, cioè di riconoscere in tutto quello che pensa, sente e fa la propria persona. La persona è quella che ha accesso sia alla funzione identitaria che alla personalità, mentre l’individuo agisce ma accantona la propria identità mantenendo solo una personalità cosiddetta adattiva. Nel soggetto traumatizzato viene chiamata personalità apparentemente normale, personalità che di mestiere si adatta alle circostanze. Ciò, mantenendo tutte le protezioni psicologiche, (chiamate difese o resistenze) che derivano dalle paure che si porta dietro a causa delle traumatizzazioni precedenti.
Si tratta dunque di una personalità molto più ristretta e restrittiva, che calcola e riduce il più possibile i rischi, specialmente quelli di star male a causa delle relazioni interpersonali.