LA MEDICINA NARRATIVA In evidenza

Apr 09

DA MENTE E SALUTE N. 115 LUGLIO 2014

TITOLO: MEDICINA NARRATIVA, di Daniela Ovadia.

“Non si tratta di un semplice ascolto empatico lasciato al personale sanitario di buon cuore, ma di una tecnica precisa che colloca al centro del rapporto tra medico e paziente il racconto della malattia” […], talvolta i medici mancano della capacità di riconoscere le difficoltà dei loro pazienti, di empatia estesa verso coloro che soffrono e di unirsi sinceramente e coraggiosamente a loro nella malattia. Una medicina competente solo sul piano scientifico non può aiutare il paziente a fare i conti con la perdita della salute o a trovare un significato per la sua sofferenza […]

Cosi scrive Rita Charon, medico in un lavoro pubblicato sul «Joumal of American Medical Association» nel 2001 e  considerato il primo documento teorico completo della medicina narrativa, una nuova corrente di pensiero all’interno della pratica medica nata negli Stati Uniti alla fine degli anni novanta.

La medicina moderna predilige i dati obiettivi […] induce un’asimmetria tra il curante e il malato, per via delle maggiori conoscenze teoriche necessarie a capire la malattia ma anche le terapie […]; usa un linguaggio sempre più incomprensibile ai non iniziati… e il malato viene informato solo in modo superficiale e più per obbligo di legge che per reale interesse… Il vissuto di malattia è importantissimo per ottenere dati sulla qualità di vita e sull’efficacia delle cure. Una terapia che agisce sul disturbo ma non migliora la vita del paziente può anche essere scientificamente perfetta, ma è quasi inutile… Il paziente ha bisogno di non essere solitario ma di poter contare sull’ascoltatore […]

Spesso è dai loro racconti che emerge quel sospetto che consente al medico di arrivare a una diagnosi non facile… dice la d.sa Domenica Taruscio nominata tra i consulenti della Commissione Europea sulle malattie rare.

Non solo: la narrazione favorisce una migliore adesione alle terapie e permette al medico di verificare se effettivamente il malato segue i suoi consigli…e aumenta il materiale utile per mettere a punto nuove cure.

Raccontarsi fa bene anche ai medici, che possono interpretare le proprie risposte emotive, possono dare un senso al loro viaggio quotidiano per affrontare anche la fatica di entrare in empatia con persone molto sofferenti o morenti…

Un paziente che si racconta e viene ascoltato prenderà sicuramente decisioni più consapevoli…una delle chiavi del cosiddetto empowerment del paziente, quel processo di crescente autonomia decisionale dei malati al quale aspira la medicina moderna”. 

 Che dire? La comunicazione con il proprio medico di fiducia (di base ma anche specialista, pensiamo per es. al ginecologo) è fondamentale per non sentirsi soli, per percepire l’impegno di una persona competente nell’aiutare l’altro a superare certi sintomi ma aiutare il proprio paziente che riconosciamo come tale ad uscire da problemi che non sa come affrontare e risolvere. I sintomi che il corpo manifesta sono solo ‘epifenomeni’, cioè parte di un problema sottostante che potrebbe continuare ad esprimersi anche attraverso altri sintomi oppure disturbi non solo fisici. Una persona che non riesce più a tollerare i propri dolori (alla testa, alle ossa, ecc.) o derivanti da un banale e comunissimo disturbo come il mal di pancia (spesso diagnosticato come colon irritabile) può arrivare a trovarli invalidanti in quanto quotidiani e che obbligano a conseguenze quali la necessità di un bagno a portata d’occhio o a doversi chiudere in una stanza buia. Tali sintomi sono spesso più fastidiosi di quelli generati da una malattia organica, che a volte pur avendo leso l’organismo in via definitiva trova tuttavia un compenso migliore attraverso farmaci o cure tali da risultare meno invalidanti per la qualità di vita del soggetto.

Un rapporto di fiducia col proprio medico migliora la ‘compliance’, cioè l’adesione del paziente verso qualsiasi cura prospettata. Anche l’invito a verificare le eventuali cause ambientali che il paziente non riesce ad affrontare inducendo un atteggiamento di attacco/fuga, allarme, chiusura o isolamento sociale, oppure passività o addirittura resa o blocco rispetto a situazioni singole o ad una condizione di vita per lui difficile, possono essere perseguite con una maggiore fiducia affidandosi ad un terapeuta specializzato sapendo che per il proprio curante non ‘sono tutte chiacchiere’. L’importante è trovare la chiave di sblocco dell’apparato psicobiologico del paziente, in modo da indurre un cambiamento che ne inneschi altri su più livelli che sempre s’interconnettono.